Storie incantate: Doni del Bosco

Narrano i vecchi racconti...

In un bosco che si diceva fosse incantato - su a Nord (o era a Sud? Forse nessuno lo sa con certezza) - c’era un tempo in cui creature sfuggenti animavano la foresta.

Si diceva che esse si dissolvessero non appena passi indiscreti imboccavano il sentiero della fitta selva, per distrazione o spinti dalla curiosità. Ma alcuni facevano in tempo a scorgere un movimento dietro ad un albero, uno sfarfallio inusuale sotto un cespuglio, un brillio dentro la cavità di un tronco...



Non si sapeva esattamente cosa fossero: fate? folletti? spiritelli degli alberi? fuochi fatui? driadi, naiadi, ninfe? Nessuno lo sapeva e forse non aveva nemmeno importanza dare loro un nome, perché appartenevano a un mondo misterioso su cui l’essere umano non aveva alcun potere.


Le anziane del paese sostengono che fossero essenze della natura, creature nate da semi e polline e gocce di rugiada, quella del primo mattino quando tutto sembra ancora immerso nella quiete e il sole si prepara a svegliarsi. Il bosco era la loro casa e in esso pulsava un piccolo universo perfettamente funzionante, un villaggio fatato che vive quando il mondo esterno non guarda: da lì passavano pochi forestieri, lasciando indisturbato quel perfetto microcosmo di magia.


E così, questi esseri di mistero senza nome conosciuto abitavano le acque, animavano alberi e cespugli, dormivano rincantucciati sotto un sasso o infilati sotto una radice, facevano cantare i ruscelli e sussurrare la brezza della sera, danzavano al pallido bagliore lunare e alle prime luci del mattino, e la loro risata alimentava le fiamme di piccoli innocui fuocherelli, che scaldavano la terra gelida della notte senza però essere un pericolo per quel bosco vibrante di vita.



Solo qualche volta uno straniero perdeva la strada e si ritrovava imbrigliato in quella rete magica di forze incomprensibili, dove strani fatti accadevano e si cercava di dar loro una spiegazione razionale: si sentivano sussurri di voci cristalline (che strano canto ha oggi il vento!), risatine carezzevoli tra i rami (senti come frusciano le foglie qui!), delicati mormorii sulle rive soleggiate dei ruscelli (l’acqua salta felice tra le rocce!)... il popolo del bosco sapeva nascondersi ma non poteva - non voleva - celare la propria voce, perché era l’unico strumento che aveva per incantare il visitatore inatteso e spingerlo inquieto sulla via del ritorno.


Ma ogni tanto succedeva dell’altro: gli scettici dicono che sono solo i vaneggiamenti di viandanti suggestionabili, o qualche storiella inventata per impressionare i bambini davanti al focolare, ma si racconta che qualche volta, chi si è smarrito in quelle lande sconosciute abbia ritrovato tra i ciuffi d’erba dei piccoli oggetti che assomigliavano molto a delle foglie fossilizzate, forse degli amuleti naturali, come se fossero intagliate da una grossa, sottile moneta e poi lucidate… che siano dei monili incantati, regali delle fate?


Una cosa sola è certa: ai pochi che possiedono uno di quei misteriosi pegni del bosco - alcuni lo portano al collo su una cordina sottile, altri alle orecchie a mo’ di orecchino, altri lo custodiscono avvolto in un panno di velluto in una scatolina nell’armadio - pare di udire, nei momenti più impensati, sussurri di voci cristalline, risatine carezzevoli tra i rami, delicati mormorii nei mattini soleggiati ai pressi delle fonti...



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